Veduta della sala dedicata all'Ecce Homo




Ecce Homo o Cristo alla Colonna, particolare




Ecce Homo o Cristo alla Colonna, particolare




Ecce Homo o Cristo alla Colonna, particolare




Ecce Homo o Cristo alla Colonna, particolare


 

 

 

 

 

Ecce Homo o Cristo alla Colonna

Ecce Homo o Cristo alla Colonna

L’audacia teologica dell’Ecce Homo di Antonello da Messina

L’Uomo è bello, gradevole, ben fatto. Il canone figurativo è quello dell’umanesimo ritrovato della rappresentazione sacra. La devastazione che ne umilia il visus è, per contrasto, ancora più stridente. Vertiginosa e assoluta com’è, è dura persino da pronunciare: ho faticato invano. Audacia di una rappresentazione difficile da ricondurre al luogo religioso comune: oggi come allora. All’epoca, il tormento del crocifisso è già tradizione figurativa, la devozione delle sante piaghe è ormai assimilata. Ma la nuda esposizione di questo sguardo irrimediabilmente umiliato e offeso, sospeso al punto di rottura dei legamenti dell’anima, è al limite del religiosamente accettabile.
L’antica profezia, certo, ne aveva tracciato esattamente il profilo: ho faticato invano; per nulla e inutilmente ho esaurito la mia forza (Isaia, 49, 4). Ma chi poteva osare, nel cristianesimo, proprio l’icona di Gesù con questa espressione? In effetti, la concentrazione della passione in questo muto grido di inutilità dovrà attendere la violenza espressionistica della nostra epoca per trovare analogie pittoriche e intelligibilità religiosa.

La de-figurazione dell’Uomo dei dolori è certamente una marcatura simbolica della contemporaneità.
Vale a rappresentare la simbolica dell’incarnazione di Dio più adatta alla cultura della disillusione contemporanea, che riconosce la qualità singolare del legame stabilito dal Figlio nel punto più basso della sua congiunzione solidale con l’umano: il luogo cioè della sua dolorosa decomposizione ad opera delle potenze ostili del male.
Ma vale anche a rappresentare quella disillusione medesima, nell’angosciosa e diffusa percezione della sua incombente irreparabilità. Nella predilezione dell’arte di pensiero e di denuncia, la consacrazione dell’Uomo dei dolori quale simbolo della condizione umana vale come antidoto agli eccessi estetizzanti della cultura e dell’arte stessa. Nella celebrazione manieristica della bellezza classica, nel ruolo consolatorio della rappresentazione idealizzata dell’umano, molta parte della sensibilità contemporanea scorge un’oggettiva volontà di rimozione del tragico. L’inclinazione ad attrarre l’icona dell’Uomo dei dolori verso la rappresentazione della radicale insensatezza che giace sullo sfondo di ogni idealità umanistica, si carica di una supplementare forza aggressiva. Come se vi si aggiungesse uno speciale risentimento per l’ingenuità della speranza un tempo coltivata; e un moto di sdegno destinato a censurarne l’eventuale tenacia, o a prevenire il possibile rilancio.
Nell’arte contemporanea, molto è avvenuto – e avviene – sotto il segno di questa tensione, che assume non di rado i tratti di una vera e propria intimidazione. La restituzione dell’umano alla speranza di una forma compiuta è sotto accusa: quasi fosse, più che vana fatica, complice mistificazione.
L’evidenza dell’avvilimento che conduce l’umano ferito al limite dell’irriconoscibile, ha indubbiamente un valore di monito e di provocazione permanente, che ne rendono insostituibile la rappresentazione. Il segno dell’arte, che ha il potere di inchiodarvi lo sguardo dei più sensibili, incidendo la ferita nel profondo dell’anima, estrae quell’evidenza dall’assuefazione della cronaca mondana per trasformarla in categoria dello spirito. In tal modo le assegna una portata universale, impedendole di consumarsi ed estinguersi nel fluire degli eventi. Rimane pur vero, però, che l’enfasi del segno si prende pur essa il suo rischio. L’esteriorità della decomposizione suggerisce una sorta di naturalizzazione del degrado che confina con la mera caducità del materiale, con il semplice deperimento dell’organico. La puntigliosità dell’esibizione confina con l’anestesia dello stereotipo. Un sospetto compiacimento della decostruzione prende facilmente il posto dell’emozione autentica e della compassione sincera. Lo scarico sull’esteriorità della lacerazione, prende distanza dalla più profonda ferita dell’anima – ogni volta nuova, unica, irripetibile: genera assuefazione al degrado.
Difficile negare che noi, ormai, avvertiamo già la saturazione di questa soglia della provocazione

In questo contesto, la meditazione del segno e del gesto di questo Ecce Homo, proprio nella distanza culturale dei gesti e delle poetiche in cui è stato generato, può esprimere virtualità inedite e dialettica potenzialmente feconda.
L’immedesimazione del divino con l’avvilimento dell’umano sensibile allo spirito è - giustamente - totale. Non è l’enfasi plateale della deformazione che l’annuncia, bensì l’abisso dell’umiliazione interiore che ne affiora. L’incarnazione del Figlio non si sottrae alla splendida forma dell’umano – né la rinnega. L’attraversa però sulla verticale dell’anima. Manda, nell’avvilimento della passione d’amore, un messaggio terribile che riguarda proprio la perdita dell’anima: in cui ogni passione degna dell’uomo respira e spera. La perdita dell’anima non rende soltanto insignificante la forma hominis, nella sua propria bellezza. Renderebbe colpevole la cura che essa ha ricevuto, nel grembo dell’ancilla Domini, ad opera di Dio. La naturalizzazione di questo orribile contrasto, fra la promessa scritta proprio nel corpo dell’Uomo e la smentita che ne trafigge l’anima: questo evento sarebbe senza speranza per tutti noi. Dovessimo rassegnarci all’assoluta inutilità di ogni atto d’amore che in questo corpo fu dato e ricevuto, tutti saremmo perduti.
Noi però non possiamo, qui, al cospetto dell’Ecce Homo, assuefarci a questo avvilimento.
Non possiamo decidere che l’anima è già perduta: l’intensità con la quale questo sguardo resiste nondimeno sull’orlo del suo svuotamento ce lo impedirebbe. Non possiamo neppure sottrarci al terribile impatto con la soglia di tale evento: e con la vertigine in cui essa ci attrae. Ce lo impone la struggente domanda – implorazione, denuncia, provocazione – in cui questo stesso sguardo, a poco  a poco, ci coinvolge. Impossibile rimuovere devotamente la scandalosa durezza del limite umano che tocca persino il Figlio. Impossibile rimuovere l’evidenza di un domandare dell’Uomo che – persino in quel punto – non cede alla rassegnazione.

Lo sguardo che si fa qui enigmaticamente provocazione e domanda
 ho faticato invano? – vive nell’invenzione prodigiosa di un solo tratto, intorno al quale si dispone l’intensità singolare dell’intera figura: la curva delle labbra verso il basso. L’insolubile pregnanza dell’espressione che ha reso giustamente celebre la Dama di Leonardo, all’Uomo di Antonello non può portare nulla, che non sia già trovato.
La durezza della provocazione è più sensibilmente pronunciata nella versione genovese. L’accoratezza dell’implorazione è più emotivamente coinvolgente in quella piacentina. L’audacia inspiegabile – eppure teologicamente ineccepibile – dell’abisso di umana immedesimazione del Figlio, che viene all’espressione in questa straordinaria icona, conserva in ogni modo la sua singolarità assoluta
in tutta la storia dell’immagine sacra.

Pierangelo Sequeri

Docente di Teologia Fondamentale
alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale
e di Estetica Teologica
presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.