San Pietro che piange




Sant'Anna insegna a leggere a Maria bambina




La Giustizia e la Pace coronano l'Innocenza




Giovinezza e Vecchiaia




Il ballo della scimmia




Appartamento del Cardinale, prima sala




Scrivania del Cardinale




Madonna con bambino




Deposizione di Cristo nel sepolcro




Sacra famiglia con san Giovannino


Anticamera appartamento del Cardinale

L'appartamento del Cardinale

Se il cardinale Alberoni stabilì la sua residenza piacentina nel palazzo presso San Savino, acquistato nel 1742 dai conti Barattieri, dove infine chiuse la sua dimora terrena il 26 giugno del 1752, anche presso il Collegio, al piano nobile al di sopra dell’ingresso (sul fianco sinistro della chiesa), il prelato aveva riservato a sé un piccolo appartamento di tre camere, con attigua cappella privata.

Prima di accedere all’appartamento si può ammirare, sullo scalone al primo piano, una grande pala d’altare, proveniente dalla collezione piacentina del cardinale, raffigurante il Sacrificio di Isacco: è una buona replica seicentesca di un dipinto di Francesco Cairo (1607-1665), oggi in una collezione privata.

Nel corridoio che porta all’appartamento si può invece vedere una Sacra Famiglia con Sant’Elisabetta e San Giovannino, di anonimo seguace fiorentino di Raffaello (prima metà del XVI secolo), che il cardinale credeva di mano del Sanzio e che invece è una rielaborazione della celebre Madonna Canigiani (Monaco di Baviera, Alte Pinakothek) del grande maestro urbinate; altra replica è la Cena in Emmaus, da un celebre originale di Tiziano oggi al Louvre, in origine eseguito dal grande pittore veneto per il conte Nicola Maffei di Mantova.

Proprio all’ingresso dell’appartamento è appeso il celebre Ritratto del cardinale Alberoni di Giovanni Maria delle Piane detto il Mulinaretto (1660-1745), il primo artista contemporaneo con il quale il Cardinale entrò in contatto.

GLI ARREDI

All’interno dell’appartamento del cardinale si possono ammirare alcuni preziosi arredi provenienti dal patrimonio dell’Alberoni: la splendida Pendola in legno laccato decorata con motivi di cineseria, realizzata a Londra dall’orologiaio George Clarke (notizie dal 1725 al ’40), probabile dono della regina Maria Clementina Sobieski, moglie di Giacomo Stuart, pretendente al trono d’Inghilterra.
Sempre legato al gusto per l’esotico caratteristico delle metà del Settecento è anche il delizioso Scrittoio da viaggio con una decorazione in oro su lacca amaranto, un oggetto probabilmente realizzato in Cina per il fiorente mercato europeo. Ascrivibile invece ad un ebanista locale è la Scrivania “grande tutta impellicciata ed intarsiata di vari legni” (Inventario 1749, n. 153), che reca sul cassetto centrale lo stemma del cardinale.

I DIPINTI

Le piccole sale dell’Appartamento ospitano alcuni dei più significativi dipinti della raccolta del cardinale e anche alcuni quadri provenienti da successive donazioni, in particolare giunti in Collegio per interessamento di Gian Felice Rossi (1905-1987), che per molti anni fu l’attento custode del patrimonio artistico alberoniano. Fra questi ultimi ricordiamo la Sacra Famiglia con San Giovannino, squisita opera di scuola toscana databile al 1490 circa, che è stata giustamente avvicinata alla mano del Maestro dei putti bizzarri, un pittore attivo fra Volterra e Siena negli ultimi trent’anni del Quattrocento, vicino ad artisti come Bartolomeo della Gatta e il Maestro di Griselda, ma soprattutto a Luca Signorelli. Sempre alla generosità di padre Rossi si deve la Madonna col Bambino col pappagallo, interessante opera di scuola fiamminga dei primi anni del Cinquecento. in un momento nel quale si assiste all’incontro tra la tradizione nordica, evidente nel paesaggio, e le forme rinascimentali italiane, qui ben percepibili nell’ampia monumentalità della Vergine.
Anche il cardinale possedeva nella propria raccolta diverse opere di artisti della tradizione fiamminga che si possono così ammirare tra i dipinti dell’Appartamento: la Madonna col Bambino della Scuola di Jos van Cleve (circa 1484-1540), un piccolo Cristo risorto che appare alla Vergine, tradizionalmente riferito a Dirck Bouts (circa 1400-1475) e la bellissima Visione di San Giovanni a Patmos di Heni Met de Bles detto il Civetta (circa 1510-1555?).

Tra le opere di carattere devozionale di piccole dimensioni merita una menzione anche la tenera Madonna col Bambino di Vincenzo degli Azani, detto da Pavia.
All’ambiente settentrionale padano del pieno Cinquecento deve essere anche riferita la tela monocroma con la Deposizione di Cristo nel sepolcro, palese derivazione da una celebre acquaforte del Parmigianino: il cardinale la riteneva di Paolo Veronese, e forse il dipinto potrebbe essere proprio opera d’un pittore di Verona centro artistico nel quale è ben attestato il successo delle incisioni del grande pittore parmigiano.
Opera tra le più significative della collezione alberoniana è il San Pietro che piange ascritto a Guido Reni (1575-1642), valutato nel 1760 dal pittore Stefano Pozzi ben 250 scudi. La qualità è assai alta e potrebbe trattarsi d’una variante – diverse sono infatti le mani ed i panneggi – del dipinto conservato presso la Galleria Doria Pamphili di Roma.

Alla tradizione del pieno Barocco si devono invece far risalire le due belle tele di Luca Giordano (1632-1705), la Sant’Anna che insegna a leggere a Maria bambina e il San Giuseppe che contempla il piccolo Gesù, felicissime nell’intonazione cromatica, realizzate con “soave impasto” (Carasi) e segno vigoroso nella fase tarda della carriera di Luca. Brillante nella stesura pittorica e intenso nell’espressione psicologica è anche il Ritratto di papa Clemente IX Rospigliosi, che è una delle diverse versioni realizzate tra il 1667 e il 1669 da Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio (1639-1709), il più autentico interprete in pittura, sia nelle grandi composizioni ad affresco che nei ritratti, del turbinoso e visionario linguaggio barocco del Bernini. Delizioso nel delicato impasto cromatico e nel sottile equilibrio della composizione è anche il Sogno di San Giuseppe di Pier Francesco Mola (1612-1658). Tra i dipinti ricordati nell’inventario del 1735 v’era anche “una donna che prende per la testa una vecchia, originale del Caravaggi”: si può facilmente riconoscere in questa descrizione la tela con Giovinezza e Vecchiaia oggi giustamente ascritta ad Angelo Caroselli (1585-1652).

Si tratta infatti di una “Vanitas”, composizione nella quale attraverso il contrasto tra la bellezza della giovane e la bruttezza della vecchia si vuol alludere all’inesorabilità dello scorrere del tempo e alla brevità della vita.
Al genere profano delle “bambocciate” - scene pastorali e campagnole così dette dal Bamboccio, soprannome del pittore olandese Pieter van Laer - appartengono altri due dipinti di grande qualità della raccolta alberoniana qui esposti, il Ballo della scimmia e la Scena pastorale di Michelangelo Cerquozzi (1602-1660): il mondo dei poveri e dei pastori non vi era raffigurato con intenzioni pietistiche, ma come pretesto per l’esibizione di un virtuosismo pittorico.