Ritratto del cardinale




Ritratto del cardinale




Busto del cardinale




I guanti e il cappello del cardinale




Stemma del cardinale



Filippo V, re di Spagna




Elisabetta Farnese


Ritratto del cardinale Giulio Alberoni

Giulio Alberoni:

il mecenate e il collezionista

Nella vita d’un potente prelato dell’ancien Règime un posto non secondario era occupato dalla “necessaria” ostentazione della propria elevata posizione sociale, e ciò è tanto più valido nel caso d’un personaggio di origini modeste quale fu Alberoni: una dimora fastosa e una raccolta di preziose opere d’arte costituivano un complemento essenziale alla propria dignitas cardinalizia.. L’Alberoni cominciò a formare le sue collezioni fin dagli anni giovanili a Piacenza, arricchendole poi durante il soggiorno in Spagna e soprattutto a Roma a partire dagli anni Venti. Una ricchissima biblioteca, dipinti soprattutto del Cinque e Seicento - con una predilezione per le nature morte e i quadri di genere (paesaggi, marine, battaglie, le cosiddette “bambocciate”) - una spettacolare serie di diciotto arazzi, sculture e oggetti d’arte costituiscono il nucleo principale della raccolta.
Purtroppo non documentate nel ricco epistolario alberoniano, il cardinale ebbe però relazioni con diversi artisti contemporanei. Il primo pittore con cui entrò in contatto fu Giovanni Maria delle Piane detto il Mulinaretto (1660-1745), brillante ritrattista genovese attivo presso la corte farnesiana, cui il cardinale si rivolse nel 1705 per realizzare un ritratto del duca di Vendôme e un quadro che ricordasse la vittoria di quest’ultimo nella battaglia di Cassano d’Adda. Non abbiamo notizia della sorte del quadro con la battaglia (forse il pittore non lo realizzò mai), mentre sappiamo che il ritratto del generale si trovava nel 1735 nel palazzo romano del cardinale, murato al di sopra d’un camino: purtroppo non raggiunse mai Piacenza con gli altri beni del prelato e di esso si sono perse le tracce. Più tardi, nel 1714, al tempo delle nozze di Elisabetta Farnese con Filippo V, l’Alberoni commissionò al Mulinaretto numerosi ritratti della nuova sovrana, che vennero inviati da Parma a Madrid, come attesta la corrispondenza del cardinale con l’amico conte Ignazio Rocca, ministro delle finanze del duca Francesco Farnese: uno di essi venne regalato da Elisabetta al cardinale, insieme al ritratto del marito eseguito nel 1715 dal “pictor regius” Nicola Vaccaro (circa 1650-1723?), anch’egli di origini genovesi e che aveva per qualche anno lavorato a Parma alla corte di Ranuccio II prima di trasferirsi in Spagna. Entrambi i dipinti sono ancor oggi conservati nella Pinacoteca del Collegio. Insieme ai due ritratti Elisabetta regalò al cardinale, in segno di stima ed amicizia, una copia di sua mano del Matrimonio mistico di Santa Caterina del Correggio, tuttora al Collegio, che attesta le sue doti nel disegno, che aveva appreso da giovane alla scuola del pittore di corte Pietro Antonio Avanzini. Soddisfatto delle prestazioni del Mulinaretto il prelato gli dovette commissionare, tra il 1732 e il 1734, anche il proprio ritratto, che è divenuto nel tempo quasi l’icona ufficiale del cardinale, copiato in diverse occasioni (una replica di Felice Avanzini risalente al 1761 nella Biblioteca del Collegio) e alla base dell’incisione di Antonio Friz (1696-1751) contenuta nelle Memorie istoriche della fondazione ed erezione del nuovo collegio ecclesiastico di S. Lazzaro, raccolte da Simon Maria Poggi e pubblicate a Faenza nel 1739, dove al posto della berretta il cardinale regge una pianta del grandioso edificio. Quasi certamente a Madrid il cardinale venne in possesso del San Francesco in meditazione di Sebastiano Martinez (1602-1667), uno dei più importanti artisti della Scuola di Siviglia, pittore di corte di Filippo IV e successore di Velazquez. Ma è a Roma, specie nel forzato periodo di inattività politica nei primi anni Venti, che il cardinale si appassionò più profondamente alle arti figurative. Nell’Urbe divenne amico di Giacomo III Stuart, pretendente al trono d’Inghilterra, e talvolta faceva da guida illustre ai nobili britannici impegnati nel Grand Tour: ad uno di essi, Henry Somerset, terzo Duca di Beaufort, fece anche fare nel 1726 degli acquisti importanti (una Fortuna di Salvator Rosa) e probabilmente lo introdusse al pittore Francesco Trevisani (1656-1746), che ritrasse il giovane aristocratico in un’elegante tela con sullo sfondo il Colosseo. Il duca volle che il Trevisani, come ricordo di quei giorni, facesse anche un ritratto del cardinale, tuttora conservato nella prestigiosa residenza di Badminton nel Gloucestershire.
Nella capitale pontificia Alberoni si dedicò soprattutto all’arredo della villa suburbana fuori Porta Pia, presso Sant’Agnese, e di Palazzo Lana-Buratti, un edificio di origine cinquecentesca, situato nel Rione Trevi presso la chiesa degli Angeli Custodi, che il prelato comperò nel 1725 dagli eredi di monsignor Marcantonio Buratti, dopo averlo già abitato in affitto a partire dal 1723. Non abbiamo purtroppo più modo oggi per farci un’idea di queste due residenze: non più esistente il Casino fuori porta e distrutto nel 1928 dalle demolizioni fasciste il Palazzo per far spazio all’attuale Via del Tritone. Sappiamo però che per decorarne la Galleria principale il cardinale s’era rivolto al suo concittadino Gian Paolo Panini (1691-1765), conosciuto a Roma e in quel momento uno dei pittori di maggior successo sulla scena artistica cittadina: la fastosa decorazione da lui eseguita venne fortunosamente strappata nel 1928, al momento della demolizione dell’edificio, e si può ammirare oggi in un ambiente di Palazzo Madama, sede del Senato. Allo stesso Panini il cardinale commissionò nel 1725 la realizzazione di un grande dipinto raffigurante la Cacciata dei mercanti dal Tempio, per far da pendant al quadro con la Probatica piscina del bolognese Domenico Maria Viani (1668-1711), che proveniva dalla collezione del cardinale milanese Ferdinando d’Adda, morto nel 1719.
Alle decorazioni murali della villa fuori Porta Pia lavorarono invece il poco noto pittore milanese Pietro Scaffi e il napoletano Placido Costanzi (1690-1759), allievo di Benedetto Luti come il Panini, che affrescò su una delle volte una curiosa allegoria con La Giustizia e la Pace che coronano l’Innocenza, che calpesta la Calunnia, evidente allusione all’assoluzione ottenuta nell’infamante processo che il cardinale aveva subito al ritorno dalla Spagna: andata distrutta la pittura murale, rimangono a testimonianza della composizione il bozzetto a olio presso il Collegio e due disegni preparatori a Roma e al Louvre. Sempre allusivo al processo e alle infamanti accuse mosse contro l’Alberoni, rimane nelle raccolte del Collegio un altro dipinto, attribuito alla mano del caposcuola napoletano Francesco Solimena (1657-1747) che raffigura una complicata allegoria - palesemente ispirata alla descrizione pliniana delle celebre Calunnia del pittore greco Apelle – che si riferisce ad evidenza alla tragica vicenda personale del cardinale.
Altri artisti contemporanei di rilievo di cui il cardinale Alberoni possedeva opere sono Sebastiano Conca (1676-1764) e Gaspar van Wittel (1652/53-1736). Del primo si può ancora oggi ammirare il San Turibio che divide l’acqua di un fiume nella Pinacoteca del Collegio; del Vanvitelli il cardinale possedeva “quattro quadri rappresentanti le quattro principali vedute di Roma: Piazza S. Pietro, Castello e Ponte S. Angelo, Piazza del Popolo e Ponte quattro capi con l’isola di S. Bartolomeo”, come recita la stima fattane dal pittore Stefano Pozzi nel 1760, che li descrisse come “originali de’ più insigni”, con una valutazione di 100 scudi. Purtroppo le vedute vennero probabilmente vendute prima del trasferimento delle collezioni a Piacenza.
Alla sua morte, il cardinale lasciò in usofrutto i propri beni al nipote, monsignor Alessandro Faroldi, ed incaricò gli esecutori testamentari che, una volta scomparso quest’ultimo, provvedessero alla vendita di tutto il patrimonio, per finanziare le attività del Collegio.
Fu così che nel 1760, dopo la morte del Faroldi, tutta la collezione venne stimata dall’Accademico di San Luca Stefano Pozzi, allievo di Carlo Maratta.
Dal momento che i ricavi delle prime vendite di dipinti erano estremamente modesti – in grande ebollizione era in quel momento il mercato artistico romano - i padri vincenziani decisero che forse valeva la pena far trasportare tutti quei beni a Piacenza, in attesa di poterli esitare con miglior profitto. Fu così che nel 1761 un centinaio di dipinti e i 18 arazzi del cardinale giunsero a San Lazzaro, andando ad unirsi a quel nucleo di beni che il prelato aveva lasciato nel palazzo di città presso San Savino, dove si era spento il 26 giugno del 1752. Quegli oggetti d’arte da allora sarebbero divenuti ornamento perpetuo del Collegio fondato dal cardinale.