Mausoleo del cardinale Giulio Alberoni




Gesù crocifisso adorato da tre santi




La Carità e San Lazzaro




S. Antonio da Padova riceve da San Giuseppe il Bambino Gesù




S. Lazzaro e il ricco Epulone

Veduta della chiesa di San Lazzaro

La chiesa di San Lazzaro

Riedificata nel 1720 su disegno dell’architetto Trifogli per l’Ospedale dei lebbrosi, allora amministrato dal cardinal Gozzadini, la chiesa di San Lazzaro fu ampliata dall’Alberoni con l’aggiunta del coro, delle cappelle laterali e della  grande sagrestia, e da lui stesso solennemente consacrata il 13 settembre del 1744.

Nel 1751 tutti gli altari vennero eseguiti in stucco dagli artigiani Francesco e Giuseppe Ferroni e Giovan Battista Cremona, appartenenti a note dinastie di stuccatori attive a Piacenza a partire dal secolo precedente. Di questi altari in stucco ne sopravvive oggi soltanto uno, il primo a destra, ornato oggi dal dipinto di Camillo Procaccini (circa 1551-1629) con Cristo crocifisso e i Santi Domenico, Agostino e Francesco, proveniente dalla chiesa di Sant’Agostino, che ha sostituito una pala con San Rocco attribuita da tutte le antiche guide allo Spagnoletto (Giuseppe de Ribera), proveniente dalla raccolta romana del cardinale, purtroppo trafugata dai francesi nel 1796 e di cui si sono successivamente perse le tracce.

Sull’altar maggiore ha posto tuttora la pala che il cardinale stesso commissionò al parmigiano Giuseppe Peroni (1710-1756), allora residente a Roma, raffigurante Una predica di S. Vincenzo de’ Paoli: il pittore s’era ispirato ad un analogo dipinto del bolognese Aureliano Milani, che ornava allora la chiesa dei Padri della Missione a Montecitorio. La vecchia pala dell’altar maggiore con San Lazzaro e il ricco Epulone, genericamente riferita a scuola veneta della fine del Cinquecento, venne ritirata all’interno del Collegio e si può ancora ammirare sullo scalone al secondo piano. Per il nuovo altare di San Lazzaro, il secondo a destra, il cardinale commissionò espressamente nel 1751 allo scultore di origine fiamminga ma da tempo residente in città, Jan Hermansz Geernaert (1704-1777), un’elegante statua in legno raffigurante l’omonimo santo (ora nella Galleria del Collegio), dipinta l’anno successivo dal pittore piacentino Antonio Gilardoni: essa venne però nel 1779 sostituita dalla tela di Antonio Bresciani (1720-1817) tuttora in loco, sempre raffigurante San Lazzaro, con il “corpo ridotto a estrema languidezza e infermità”, come recita l’antica guida delle pitture di Piacenza di Carlo Carasi (1780), che ammirò particolarmente il dipinto appena realizzato. Nella seconda cappella a sinistra è invece collocato il Sant’Antonio da Padova che riceve da San Giuseppe il Bambin Gesù, eseguito nel 1780-81 dal parmigiano Gaetano Callani (1736-1809), anch’esso in sostituzione di una precedente statua lignea di San Giuseppe, dipinto “d’una fattura delicatissima, condotta per velature impalpabili e trasparenti, ove s’inseriscono episodi di gusto neocorreggesco, come il gioco delle mani affusolate e danzanti dell’angelo e del Bambino” (Riccòmini), di cui si conserva uno schizzo preparatorio presso la Biblioteca Palatina di Parma. La prima cappella a sinistra è invece interamente occupata dal mausoleo del cardinale, commissionato dai suoi esecutori testamentari all’indomani della scomparsa del prelato e posto in opera nel 1754. E’ un’elegante lavoro di gusto ancora rococò, dove il marmo nero di Valencia, il giallo antico e il “verde Parodovera”, lavorati dagli scalpellini Dionisio Antonio Rossi e Angelo Dorini (autori anche della bella balaustra), contrastano con il biancore del marmo di Carrara delle figure allegoriche (Fortezza, Prudenza, Fede e Carità), dei putti con le faci rovesciate, dello stemma e del ritratto del cardinale, tutte sculture realizzate da don Giovanni Cybei, dotato scultore carrarese che in quegli anni fu attivo anche per la corte borbonica di Parma. Purtroppo nel 1996 le quattro allegorie e i due putti sono stati sciaguratamente rubati, privando così il monumento della sua principale attrattiva.
I dipinti murali della volta e del presbiterio sono stati invece eseguiti nel 1932 dal piacentino Luciano Ricchetti (1897-1977), su commissione dell’allora superiore del Collegio Alcide Marina, che ne elaborò il programma iconografico. I sobri ed eleganti armadi della grande Sagrestia furono invece ordinati dal cardinale stesso e realizzati nel 1745 dai maestri di legname Francesco Begni, Carlo Galli e Giovanni Bianchi.